Stefano Crespi

Ultime luci: Sestri 1980-1990

Una sequenza di dipinti di Domenica Regazzoni (tra il 1980 e il 1990) ispirati a Sestri Levante viene a costituire l’esposizione nella città ligure. In qualche misura con una sorpresa, una suggestione forse più oggi che non ieri. Sono pagine intime, segrete tra una sorta di esilio e il sentimento della vita.
In un catalogo (ed. Skira) Gillo Dorfles ha scritto una testimonianza per Domenica Regazzoni. Ora nella riflessione sulla contemporaneità amo citare il titolo di un libro di Gillo Dorfles: L’intervallo perduto. Nella comunicazione mediatica, globale, desimbolizzata l’intervallo perduto è la pausa silenziosa, l’atto spazio-temporale, l’immagine non esonerata dai sensi.
In queste immagini della mostra, tra la spiaggia e il mare, la terra e il cielo, il «qui» e «l’altrove» ritroviamo l’intervallo perduto: la visione, i colori, le intermittenze, le musiche del silenzio. Immagini che oggi appaiono come un tempo ritrovato.
Apparentemente Sestri è un «luogo» tra il quotidiano e l’orizzonte. In questa pittura Sestri diventa un luogo emblematico.
Nell’insieme delle carte riconosciamo le apparenze dei pescatori, dei pescatori alle reti; figure di ragazze in barca, di ragazzi sulla baia; la spiaggia e il cielo; la Baia del silenzio e le ultime luci d’inverno; le vedute dal Convento dei Cappuccini e il promontorio dei castelli e la Chiesa di Sestri con il campanile.
Ma tutto è come un grande alfabeto dove le evidenze, le immagini, i paesaggi, le porzioni del visibile sono segni, percezioni, «scrittura»: il sentimento amoroso e ossessivo della vita che trascorre.
I pescatori alle reti sembrano immersi in un gesto senza parola, senza fine. Le figure delle ragazze in barca, dei ragazzi sulla baia suggeriscono quel senso trepido e indicibile che è la giovinezza. I cieli e la spiaggia da una parte rivelano uno struggimento, e dall’altro una sorta di malinconia come nelle ore uguali alle ore.
I dipinti di Sestri possono essere considerati come un ciclo tematico (e in parte biografico). Bisogna tuttavia tener presente che la pittura nell’arco di quel periodo e degli anni immediatamente successivi presenta in qualche modo una propria riconoscibilità.
Valga un’osservazione di carattere generale. Nelle esperienze artistiche, poetiche, si coniugano variamente, a volte specularmente, un codice paterno e un codice materno. Domenica Regazzoni ha realizzato mostre in anni recenti di scultura in ricordo del padre (significativa figura di liutaio) con opere ispirate all’arte della liuteria. Il codice materno, si potrebbe dire, è di più l’inconscio, l’emozione, la musica cromatica.
Esempio di pittura è un bel catalogo per le edizioni d’arte Giorgio Ghelfi di Verona. Figurano qui dipinti dedicati al corpo, al nudo femminile. Sono nudi e figure femminili con un’aura tra magia, caducità e indefinibile mistero. C’è una vibrazione dell’eros anche nella coscienza dei colori che arrivano a volte alla frontiera del bianco nell’assenza, nel tempo ineluttabile. La vita dell’io può coniugarsi con l’immaginazione stessa di questi dipinti di Sestri nella nudità, nelle luci, nello stremo dell’espressione.
Nella dimensione della pittura, un altro riferimento stimolante è la preziosa edizione del 1992, Canto segreto, poesie di Antonia Pozzi – dipinti di Domenica Regazzoni (All’insegna del pesce d’oro di Vanni Scheiwiller). Per una relazione di inquietudine di «vita sognata» tra poesia e pittura si può richiamare la poesia Amore di lontananza. Davanti alla finestra, Antonia fissa l’orizzonte, socchiude gli occhi: «a me pareva il mare/e mi piaceva più del mare vero».
La sorpresa e la scelta di questa mostra, con il contributo di Alain Toubas (una sorta di tempo ritrovato, è stato detto) porta con sé temi della riflessione contemporanea: il silenzio, lo sguardo, la metafora dell’inverno. Dal silenzio, rispetto all’horror pleni dei linguaggi, risalgono queste immagini nel senso più nascosto di abbandono.
Immagini che non hanno un connotato empirico, naturalistico, ma si riconducono alla categoria dello «sguardo» (non del «vedere»). I colori rispondono a una sintassi interna: a volte sono trepidi, soffusi, a volte si accendono in bagliori nordici.
Ultime luci d’inverno è il titolo di un dipinto. Il paesaggio invernale viene a coincidere con la fine del tempo, il confine della lingua tra illusione e congedo.
Ogni mostra, si sa, ha una sua unicità. Qui è proprio l’occasione di Sestri (dove hanno preso ispirazione i dipinti e dove avviene la mostra). La Liguria è una regione poetica nell’archetipo non abdicante delle sue parole (da Montale, a Sbarbaro, a Barile, a Giovanni Descalzo di Sestri).
Come pensiero finale vorrei richiamare la figura indimenticabile di Carlo Bo. Una fotografia lo ritrae nella sua casa di Sestri Levante. È una figura signorile: nello studio, in poltrona, il libro tra le mani, davanti all’orizzonte di una finestra. Il tempo della vita scorre con il tempo della lettura. Questa mostra di Domenica Regazzoni è lo specchio seducente del tempo incantato e imperituro.